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Sport e integrazione, come un fiore sul cemento: lo skateboarding conquista la striscia di Gaza

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Il Gaza Freestyle Festival, un’esperienza che attraverso la tavola ha lasciato un segno forte nella non facile vita nell’enclave palestinese: “lo skateboard è lo strumento in grado di rompere le barriere razziali e di genere, quelle mentali e quelle fisiche!”

E’ dalle imprese più ardue che arrivano le soddisfazioni più grandi e quella del Gaza Freestyle Festival, con tutto quello che si porta dietro, è senz’altro una storia che va raccontata e citata da esempio. Loro sono un manipolo di coraggiosi  che un giorno di qualche anno fa hanno avuto l’audace idea di scrivere su una tavola da skateboarding un trattato di pace, di armonia sociale e di solidarietà sportiva.  Non sussidi, non interventi caritatevoli, non opere di bene ma penetrazione ed integrazione sociale, soprattutto tra i giovani, e scambio di culture e conoscenze, attraverso uno strumento più forte della guerra che parla, indistintamente, tutte le lingue del mondo: lo sport.
In questa intervista si racconta come in pochi anni il “Gazafreestyle” ha fatto dello skateboarding uno dei principali riferimenti della non facile vita nell’enclave palestinese.

L’ingresso a Gaza – ph. Andrè Lucat GazaFreestyleL'ingresso a Gaza - ph. Andrè Lucat-GazaFreestyle

Voi insieme ad altri tre operatori partecipaste al primo festival, portando nel 2015 le prime tavole da skate a Gaza. Perché lo skate a Gaza? Cosa avete trovato? Dove avete lavorato nella prima edizione?
Quando siamo entrati l’intero territorio della Striscia si presentava completamente straziato: la città era animata da  numerosi carretti trainati da vari animali, i bimbi correvano scalzi per le strade… il ronzio dei droni che controlla tutta l’area risuonava incessantemente nelle orecchie,  le case e i palazzi crivellate dai colpi di mortaio aprivano il sipario sulla miseria che le guerre moderne, quelle in cui sono i civili a morire di più, lasciano dietro le loro spalle indifferenti.
Gaza è una prigione a cielo aperto grande 365 chilometri quadrati, dove una popolazione civile giovanissima (il 75% della popolazione ha meno di 25 anni) vive di fatto segregata dal 2008. Forti dell’esperienza sul campo, alcuni di noi hanno espresso il desiderio di provare un percorso nuovo, di realizzare qualcosa di concreto, che rimanesse al nostro ritorno. Lo skateboarding è stato scelto come strumento per fondare uno scambio culturale solido (basato quindi sulla condivisione di una pratica) con i ragazzi: da qui la scelta nel 2015 di costruire una prima minirampa nel quartiere di Al Tofah, uno tra i più poveri e martoriati della Striscia.
Fin da subito i giovani della città hanno accolto lo skateboarding con entusiasmo: quasi subito si sono formate delle piccole crew (che loro chiamano “team”) di skaters e pattinatori.
Abbiamo scelto lo skateboarding insieme ad altre pratiche legate al mondo del pattinaggio e più in generale del “freestyle” come circo, graffiti ed mc’s, per provare ad aprire un nuovo spiraglio sul mondo, per portare a Gaza qualcosa che potesse rendere partecipi anche questi giovani dell’evoluzione di una cultura globale. Crediamo nello skateboarding e nel freestyle come strumenti di comunicazione non verbale: un cavo d’acciaio che possa tenere ancorate al “fuori” le giovani generazioni della Striscia. Vorremmo dare la possibilità a chi vive tra le invalicabili mura della città di condividere un percorso di scambio e di solidarietà: la passione per lo skateboard non la ferma nessuno, nemmeno le bombe.

Skaters gazawi - ph. Andrè LucatLa prima generazione di skater gazawi - ph. Andrè Lucat-GazaFreestyle

Adesso avete uno skatepark nel piazzale del porto di Gaza, nell’agosto 2017 avete iniziato i lavori proprio in quell’area. Come è stato l’inizio? Cosa pensavano I Gazawi dello skate?
È stato davvero difficile lavorare in arabo-inglese con una popolazione culturalmente tanto differente. Non è stato affatto semplice costruire con loro e tra loro un livello di coesione sufficiente a garantire la buona riuscita del progetto. Nonostante questo l’entusiasmo che i ragazzi hanno dimostrato con l’impegno e il sudore hanno di fatto reso possibile la realizzazione della prima minirampa in legno della striscia di Gaza. Grazie al centro Vik e ai suoi collaboratori siamo riusciti a reperire i materiali necessari (adeguati per quanto scadenti) per la costruzione della rampa in legno. Fin da subito abbiamo riscontrato la massima disponibilità in tutte le persone con cui abbiamo stretto legami, sia professionali che personali.
A Gaza l’unica traccia dello skateboarding che abbiamo trovato sul territorio, era una rampa in disuso a Kan-Younis, un quartiere nella zona Sud della Striscia. Le poche persone che avessero idea di cosa fosse uno skateboard avevano visto qualcosa su internet. Molto più diffuso era ed è tutt’ora l’utilizzo dei pattini inline, più adatti per pattinare anche le superfici spesso sconnesse di una città sempre sotto i bombardamenti.
Volevamo dar vita ad un luogo dedicato allo skateboarding situato in una posizione centrale, visibile: per questo abbiamo individuato nel piazzale antistante al porto l’area più adatta. Nonostante fosse sconosciuto ai più, lo skateboard ha affascinato molti ragazzi, alcuni dei quali hanno iniziato a provare i trick con determinazione e costanza. Ad oggi possiamo dichiarare che ci sono degli skateboarder a Gaza, alcuni anche ben preparati.

Skaters al lavoro a Gaza - ph. Andrè Lucat-GazaFreestyleSkaters al lavoro - ph. Andrè Lucat-GazaFreestyle

Nel 2018 il gruppo skate si adopera per sostituire le rampe di legno con un vero e proprio skatepark in calcestruzzo armato. Quando siete andati nel 2018 eravate proprio nel mezzo della “marcia del ritorno”. Raccontateci le situazioni che avete trovato? I lavori erano possibili tutti i giorni?
Il passaggio dal legno al calcestruzzo armato avviene in concomitanza con la ripresa della marcia del ritorno. Abbiamo scelto questo materiale perché il legno della vecchia rampa del porto, dopo meno di un anno, si era deteriorato a causa dell’erosione marina, al punto da rendere inutilizzabile la struttura. Volevamo estendere la longevità del nostro sforzo collettivo, costruendo qualcosa che restasse negli anni: un monumento vivo, un ponte fatto di calcestruzzo armato e cultura che potesse tenere connessi due mondi, quello fuori e quello dentro le mura di Gaza.
Nonostante i pochi giorni a disposizione e tutte le problematiche del caso, siamo comunque riusciti a completare una discreta porzione dello skatepark del porto, che abbiamo poi ampliato lo scorso anno durante i lavori presso il grande progetto del parco “Green Hopes”. A Febbraio, Covid permettendo, dovremmo tornare per concludere entrambi i lavori.

Sono passati sette anni dalla vostra prima “missione”, i ragazzi e le ragazze sono gli stessi? Qual’è la maggiore difficolta nel rapportarsi con una cultura differente da quella europea e costretta a vivere assediata da un nemico esterno e sotto un regime militare islamico?
Il nostro lavoro è stato spesso ostacolato dalle autorità sia in ingresso, sia durante la nostra permanenza e, a volte, anche in uscita. Ci è stato vietato di portare materiali speciali da costruzione e alcuni strumenti: in qualche occasione è addirittura capitato che le macchine fotografiche o le telecamere venissero danneggiate o svuotate durante i controlli in uscita. All’interno della Striscia, mettere d’accordo i vari ministeri locali o richiedere i permessi necessari ha notevolmente rallentato il nostro lavoro, costringendoci a continuare i lavori fino alle ultime ore prima della nostra partenza. Fortunatamente oltre a ritrovare gli stessi ragazzi di sempre, con i quali il rapporto di amicizia è ormai piuttosto solido, ad ogni nostro ritorno incontriamo facce nuove. Ovviamente c’è anche qualcuno che col tempo si perde, anche se spesso succede perché trovano lavoro, o riescono a lasciare la striscia.
Abbiamo ancora un contatto molto stretto con Roger ed Enneni, due tra i compagni più stretti della nostra crew, che sono riusciti a raggiungere a piedi la Grecia. Adesso entrambi lavorano laggiù (Roger addirittura contribuendo alla gestione dei campi profughi) e sperano un giorno di poter raggiungere l’Italia per venirci a trovare.

Night session a Gaza - ph. Andrè Lucat-GazaFreestyleNight session a Gaza - ph. Andrè Lucat-GazaFreestyle

Come mai a Gaza le discipline di strada vanno cosi forte? Come ci vede la parte più religiosa?
Quello che manca a Gaza è proprio la libertà; è in questi luoghi che le persone hanno più bisogno di esprimersi e meno possibilità di farlo. Crediamo che la voglia di alcune persone di ribellarsi alle rigide regole imposte dalla loro condizione, sia cosi potente da sviluppare in esse una forza di volontà espressiva tale, da fargli dimenticare molte conseguenze delle proprie azioni: in altre parole i ragazzi gazawi si lanciano sui trick come i salmoni controcorrente (e di conseguenza imparano). Le arti della strada gli permettono di esprimersi per quello che sono.. e a volte, con il passare degli anni, questi esseri umani in evoluzione, questi “freestyler” hanno preferito rischiare la vita abbandonando la Striscia, alla ricerca di un luogo meno oppressivo.
In pratica siamo gli unici giovani volontari che continuano ad oltrepassare il confine di Herez, tra mucchi di tavole e gruppi di giocolieri.
Tra i musulmani più ortodossi, come si può facilmente dedurre, il nostro intervento non è visto nel migliore dei modi. Come Gaza Freestyle Festival il nostro obiettivo latente è sempre quello di costruire le condizioni per realizzare (in maniera più o meno accettabile dal regime) dei momenti di convivialità all’aperto, piccoli e grandi “festival” appunto, in cui uomini e donne possano stare nello stesso spazio divertendosi insieme. Considerate che a Gaza è praticamente proibita in pubblico tutta la musica “non sacra”, è vietato ballare in giro e le donne non possono nemmeno fare sport o allenarsi
. Noi gli organizziamo mini-festival di straforo… a volte si incazzano parecchio. Quest’anno siamo riusciti a permettere alle ragazze di skateare pubblicamente al porto con le nostre paladine Marta Pruni e Cristina "La Kre" Vardaneganon siamo visti bene, ma forzare è anche un nostro modo di operare. Tuttavia la maggioranza dei volti e degli sguardi istituzionali che abbiamo avuto la possibilità di incontrare si sono sempre sciolti in una espressione di stupore e rispetto per il nostro lavoro. Insomma Odi et amo come scriveva Catullo. 

Lavori allo skatepark di Gaza - ph. Andrè Lucat-GazaFreestyleLavori allo skatepark di Gaza - ph. Andrè Lucat-GazaFreestyle

Spendete soldi di tasca vostra e vi giocate le vacanze per andare a Gaza a costruire skatepark, cosa vi spinge a tutto questo? Quale messaggio volete dare agli skateboarders che ci leggono?
Noi amiamo Gaza e siamo vicini al popolo palestinese, che sta vivendo anni sempre più tragici. Facciamo qualcosa che amiamo e crediamo a tal punto in questo progetto da investire quello che ci rimane tra tempo e finanze per provare a realizzarlo per quanto dobbiamo ammetere che il supporto crescente che stiao ottenendo grazie al crowdfunging e a qualche sponsorizzazione ultimamente ci consente di partire un po’ più “a cuor leggero”. Crediamo che lo skateboard sia uno strumento in grado di rompere le barriere razziali e di genere, quelle mentali e quelle fisiche. Crediamo che Tutti debbano potersi muovere liberamente, senza doversi porre il problema dei confini, per poter skateare con tutti, dovunque: per questo veniamo fin qui, per dimostrare che anche Gaza è piena di spot e di potenziali compagni di session. L’appellativo “skateboarder” si riferisce ad un individuo con determinate caratteristiche ed una storia di bestemmie dall’asfalto, fratture e spot memorabili: non importa da dove vieni o di che colore sei, non importa se sei uomo o donna, se ascolti hip hop, punk o le Spice Girls, perché imparare dei trick è un po’ come farsi un mazzo di chiavi che danno accesso ad una “comunità” globale che parla lo skateboarding.

Le nazionalità non contano su uno skateboard – ph. Andrè Lucat-GazaFreestyleLe nazionalità non contano su uno skateboard - ph. Andrè Lucat-GazaFreetyle

Lo scorso anno il Gaza Freestyle Festival è entrato nella Striscia con una carovana di circa 40 operatori: com’è andata? Avete intenzione di partire anche in questa situazione di pandemia?
L’idea di entrare con 40 operatori fu dettata da due scelte: per prima cosa più sono le persone che attraversano il confine di Herez, più saranno i testimoni diretti di quello che è successo e che succede dentro Gaza; la seconda è una decisione operativa: una buona parte del progetto infatti è finanziato con le quote dei singoli partecipanti e considerando che lo scorso anno le ambizioni erano piuttosto “alte”, abbiamo ritenuto necessario partire con un numero di operatori più ampio. Com’è andata? Benissimo! Abbiamo avuto un gruppo cucina che con Chef Rubio ha fatto irruzione in due prigioni di Gaza per preparare il pranzo e mangiare insieme ai detenuti, il gruppo donne ha contagiato tutti gli altri, affiancando dei contenuti discussi con le donne gazawe, durante interminabili assemblee, alla pratica dei singoli gruppi di lavoro; giocolieri e circensi hanno organizzato eventi, imparato pratiche nuove (quest’anno avevamo anche i funamboli e i clown), scoperto talenti incredibili; il gruppo rinominato “Foodball” ha perso con enorme dignità tutte le partite organizzate con le squadre gazawe, dimostrando tuttavia un grande spirito di abnegazione durante i pranzi e le cene organizzate in loro onore: grandi ragazzi, campioni del “terzo tempo”; i nostri artisti-graffitari hanno disegnato i muri di mezza città; il gruppo skate è riuscito ad ampliare una parte dello skatepark al porto. La carovana dei quaranta sarebbe stato un successo totale se non fosse stato per lo skatepark di Beit-Hanun e del Green Hopes, il parco in cui lo stiamo costruendo. Purtroppo le difficoltà, il maltempo, la chiusura degli scambi commerciali (e quindi l’esaurimento delle scorte di calcestruzzo), i problemi sanitari che hanno bloccato a turni alterni praticamente tutti… alla fine abbiamo sforato i tempi del nostro visto e siamo stati costretti (pena il rischio di non poter mai più mettee piede nella striscia di Gaza) a tornare prima di aver concluso il lavoro.
Per questo, proprio in questi giorni, ci stiamo organizzando per
ripartire nonostante il Covid, per terminare il lavoro sul quale i nostri “compagni a rotelle” stanno letteralmente “sbavando” da un anno: a Gaza non spuntano certo tutti i giorni degli skatepark da 1000 metri quadrati… immaginate che fretta devono avere i nostri amici! Tocca tornare per forza e il prima possibile.
Qualche giorno fa abbiamo spedito giù un mezzo container di materiale per lo skateboarding… la quantità di
hardware che abbiamo raccolto quest’anno è stata commovente. La nostra penisola (e non solo) si è dimostrata incredibilmente solidale con il nostro progetto. Veder arrivare tutti quei pacchi da tutte le regioni d’Italia è stato incredibilmente emozionante: evidentemente una parte del messaggio che le nostre azioni si portano dietro è abbastanza forte da essere compreso e supportato da tanti skateboarders.

 I local gazawi si dividono il materiale da skate raccolto da Gaza Freestyle Festival – ph. Andrè Lucat-GazaFreestyleI local gazawi si dividiono il materiale da skate raccolto da Gaza FREEstyle Festival - ph. Andrè Lucat-GazaFreestyle

Volete ringraziare chi vi ha aiutato in questo progetto?
Si, vogliamo ringraziare Tutti quelli che ci ricordiamo e anche Tutti quelli che non ci ricordiamo (se ci siamo dimenticati di voi, SCUSATECI!, inviateci il vostro contatto e aggiorneremo la nostra lista dei “grazie millemila”): Grazie mille Blast Distribution, Zucka Bboys, Dumb Skateboards/Samurai Suicide, The Beer Corner/Watto’s Supply, Intrappola, Soncont, The Good push alliance, Skateistan, Bastard masters, Chef Family, Lambrothers Crew, Pigeon Family, tutti i local di MC, Sons o
f Bladers, Skateboarding Finest, Spaghetto Child, Playwood Distribution, The Skateshop, Pleasure, Tony Marello, Settestrati shop, Pro Sport, Contaminated Shop, Eightball shop, Blunt/Ale’s shop, Pepper shop, Yeah Skateboards, Neanderthal Skateboards, Carletto Lalumera, Jacopo Carozzi, Pat di Blast Distribution, Cesare, Jeppo, Max, Bas, Jason… siete molti di più… continuate ad infamarci sui social che piano piano mettiamo insieme la lista completa!!!

Qui il crowdfunding per sostenere il progetto   produzionidalbasso.com
Per maggiori informazioni sul progetto potete contattare direttamente 
 Gaza FREEstyle Festival